Archivio mensile 14/08/2016

DiSandro Montefusco

Il Counseling

Partiamo dalla definizione di Counseling e Counselor che ne dà il “Coordinamento Nazionale Counselor Professionisti” (CNCP), associazione di categoria che, a livello italiano, si propone di fare da “contenitore” con funzioni di certificazione e di formazione: “il Counselling è un processo relazionale tra Counsellor e Cliente, un percorso in cui il cliente può accrescere il suo livello di autonomia e di competenza decisionale, mediante l’acquisizione di una maggiore consapevolezza dei propri bisogni e del proprio potenziale di risorse personali“. Sempre dal CNCP, “il Counsellor è la figura professionale che aiuta il cliente a cercare soluzioni su specifici problemi di natura non psicopatologica e, in tale ambito, a prendere decisioni, a gestire crisi, a migliorare relazioni, a implementare le risorse personali, a promuovere e sviluppare la consapevolezza di sé. Alla base del counselling vi è la ferma convinzione che il cliente sia il maggior esperto di se stesso e del suo problema, il portatore di tutto il potenziale necessario per affrontarlo e risolverlo, il principale protagonista del suo processo di sviluppo personale e di problem solving“. Attualmente in Italia il Counseling è una professione regolamentata ai sensi della legge n. 4/2013.

Il counseling ha conosciuto in questi ultimi anni una larga diffusione soprattutto nei paesi di lingua inglese e si sta affermando progressivamente anche in Italia. In termini generali quindi “il counseling è una relazione di aiuto specifica e specialistica, offerta da un professionista ad un cliente, che si trova in una situazione di conflitto o di difficoltà oppure che presenta problemi di varia natura, collegati alla propria crescita personale” (V. CALVO, Il colloquio di counseling, Il Mulino, Bologna 2007).

In una relazione basata sull’ascolto e sulla facilitazione della comunicazione, il counselor aiuta il cliente ad approfondire la comprensione della sua situazione e ad affrontare le scelte e i cambiamenti necessari per risolvere il problema e proseguire la propria crescita personale.

Vale la pena di consultare la definizione di counseling che ne dà l’associazione britannica di counseling (BAC), definizione più articolata e complessa, ma che si pone comunque obiettivi circoscritti: “Il Counselling è l’uso professionale e regolato da principi, di una relazione  nell’ambito della quale il cliente è aiutato nel processo finalizzato a facilitare una migliore conoscenza di sè e l’accettazione dei propri problemi emotivi ed a portare avanti la propria crescita emozionale e lo sviluppo ottimale delle proprie risorse personali. Lo scopo finale è di fornire al cliente un’opportunità di vivere in modo soddisfacente ed in base alle prorie risorse. La relazione di counseling può variare a seconda dei bisogni, ma riguarda comunque i compiti evolutivi ed è rivolta a risolvere problemi specifici, a prendere decisioni, a fronteggiare momenti di crisi, a sviluppare un insight (comprensione, intuizione profonda) personale ed una migliore conoscenza di sè, e ad elaborare sentimenti connessi a conflitti personali o a migliorare le relazioni con le altre persone. Il ruolo svolto dal counsellor è quello di aiutare il cliente rispettando i suoi valori, le sue risorse personali e la sua capacità di autodeterminarsi“.

“Si può pensare al Counseling individuale come ad una forma di aiuto offerta ad un singolo che si trova in un momento di difficoltà evolutiva: il soggetto si rivolge al counselor, per ricevere un aiuto, prima che una difficoltà evolutiva ‘normale’ possa diventare qualcosa di più serio”. Vincenzo Calvo qui propone la funzione preventiva della relazione di counseling. 

Nella relazione di counseling si può affrontare un disagio legato ad un problema specifico, superando momenti di crisi prendendo decisioni mirate al cambiamento esterno o interno dell’individuo. Il cambiamento che il counseling favorisce, infatti, non è sempre solamente esterno, sul piano concreto o del comportamento. Il cambiamento prodotto dal counseling è anche, o forse principalmente, interno: può trattarsi di un nuovo insight personale, di una migliore conoscenza di sè, di una più efficace capacità di elaborare i sentimenti connessi a conflitti personali. Parallelamente, il cambiamento a cui tende il counseling può essere visto anche sul piano relazionale, nel senso che l’intervento può essere teso a migliorare le relazioni del cliente con le altre persone. In termini generali, lo scopo del counseling è al contempo circoscritto, delimitato, orientato spesso a soluzioni concrete, ma anche ambizioso, teso al miglioramento del funzionamento globale dell’individuo, della consapevolezza di sè, dell’adattamento e della qualità della vita. Da questo punto di vista, il counseling si colloca in un’area intermedia fra l’intervento socio educativo e la prevenzione, con una particolare attenzione ai temi della promozione del benessere, della qualità della vita e della piena utilizzazione delle risorse a disposizione.

Vittorio Soana S.J., psicoterapeuta, counselor formatore e fondatore del Corso di Counseling e del centro di formazione J.E.T. di Genova, partendo dal linguaggio berniano (E. Berne fondatore dell’Analisi Transazionale) parla di “Sei Vantaggi” che vengono dalla relazione di counseling:

  1. Viene riconosciuto il problema del cliente, il cliente è ascoltato e accettato per quello che è, e non per il suo problema. L’esserci del counselor dà valore all’esistenza del cliente.
  2. Nella relazione, l’uso spesso manipolatorio dell’angoscia del cliente, apre l’orizzonte di una nuova possibilità di esistere.
  3. Spesso il vissuto emozionale ha un risvolto negativo. E spesso agli occhi del cliente il suo esistere è dato solo sotto questa possibilità, apparentemente l’unica: nella relazione di counseling, il cliente ritrova il proprio potere personale.
  4. Nello scambio comunicativo dei contenuti il counselor accoglie il positivo, confronta le svalutazioni, lascia cadere qunto non è ancora possibile. Il vantaggio qui è dato dal supporto efficace del counselor. Il cliente infatti nella realtà del disagio che vive ha bisogno di protezione e rassicurazione.
  5. Nel prosieguo degli incontri il rinforzo positivo e la fiducia sono un punto energetico per affrontare e risolvere i problemi.
  6. Ora il cliente ha da approfondire e fare da solo. Liberamente fa il passo di rendersi autonomo dal counselor. Riconosce che nella storia della sua vita ha in se stesso le risorse.

Terminiamo questa breve vetrina sul significato del counseling con la definizione di counseling secondo l’Analisi Transazionale:

Il counseling in Analisi Transazionale è un’attività professionale all’interno della relazione contrattuale. Il processo del counseling abilita i clienti, o i sistemi dei clienti, a sviluppare nella vita quotidiana (attraverso il potenziamento delle loro forze e risorse) la consapevolezza, le alternative e le capacità nella gestione dei problemi e nello sviluppo personale. Il suo obiettivo è quello di incrementare l’autonomia in riferimento all’ambiente sociale, professionale e culturale.

Il campo del counseling viene scelto da professionisti che lavorano nei settori socio-psicologici e culturali. Alcuni esempi riguardano: benessere sociale, salute, lavoro pastorale, prevenzione, mediazione, facilitazione dei processi, lavoro multiculturale e attività umanitarie.

DiSandro Montefusco

L’A.T. e il gruppo

L’Analisi Transazionale (A.T.), prima che come terapia individuale, nasce come terapia di gruppo. Berne infatti, tra le sue varie attività come medico psichiatra, lavora con i reduci della Seconda Guerra Mondiale conducendo con loro gruppi di terapia e sviluppando, in quel contesto, diverse intuizioni di quella che sarebbe stata la futura Analisi Transazionale.

Provare a dire cosa è il Gruppo in Analisi Transazionale richiederebbe uno studio tale che qui sarebbe fuori luogo proporre. Tuttavia, per avere un’idea base di ciò che è il Gruppo in A.T., e secondo le intuizioni originarie di E. Berne, possiamo affidarci ad uno dei contributi della letteratura attuale in A.T. Questo contributo è parte del lavoro di Andrea Dondi presentato come contributo nel testo “Luoghi e modi del counselling“, a cura di A. Dondi – E. Lo Re, edito da La vita felice nel 2011. In questo contributo, mentre si parla del Gruppo in A.T., lo si fa con una lente di ingrandimento e un’attenzione alla conduzione di Gruppi secondo l’A.T., da parte di counselor che lavorano con l’A.T.

Il counselling di gruppo in Analisi Transazionale

(Andrea Dondi)

Riassunto

Il gruppo è per l’Analisi Transazionale luogo elettivo di cambiamento. Il counseling e più in generale l’approccio consulenziale vengono sempre più spesso utilizzati in contesti di gruppo. L’attualità teorica del pensiero di Winifred Bion e di Eric Berne sulla vita dei gruppi viene qui integrata con strumenti metodologici sulla gestione dei gruppi maturati storicamente nel contesto dell’Analisi Transazionale, in particolare in riferimento al pensiero di Petruska Clarkson. Questi contributi sottolineano l’interdipendenza tra i livelli cognitivi ed emotivi del gruppo, sempre presenti. Il counselor che lavora con i gruppi e attraverso i gruppi è chiamato a riconoscere e gestire le dinamiche relazionali che emergono in funzione del raggiungimento dell’obiettivo esplicito del gruppo. Tale competenza si esprime in un atteggiamento del counselor che tende a costruire e restituire significato all’esperienza che entrambi i livelli di vita del gruppo esprimono.

Il counselling di gruppo…

Si potrebbe dire che ogni persona è un gruppo, a partire dalle esperienze relazionali che ha interiorizzato e che costituiscono i molti sé che la abitano; al contempo ogni persona ha bisogno di un gruppo fuori da sé che ne alimenti l’energia vitale attraverso lo scambio relazionale, la presenza significativa.

Definire “il gruppo” è una impresa ardua; qualunque matrice concettuale psicologica e sociale ha necessariamente dovuto fare i conti con questa dimensione plurale, fornendone di volta in volta percezioni e sfaccettature diverse intente a cogliere la complessità del fenomeno gruppo.

Non c’è qui l’intenzione di fornire un resoconto storico del concetto di gruppo in psicologia sociale o in psicoterapia bensì il bisogno di scegliere una delle angolature possibili e soprattutto utili a parlare della natura del gruppo nel lavoro consulenziale. Tale scorciatoia non può evitare di considerare il gruppo per prima cosa come il luogo spazio-relazionale che consente la nascita e lo sviluppo degli individui, la matrice sociale dell’umanità intesa sia come insieme globale di persone che come cifra esistenziale del genere umano. Il destino degli uomini si compie, come anche il loro Copione nel dipanarsi di eventi e di passaggi di cui diversi gruppi sono tramiti e testimoni: noi tutti nasciamo e cresciamo transitando da un gruppo a un altro, continuamente riproponendo “storie di gruppo” con protagonisti noti e nuovi acquisti, nel tentativo, fisiologicamente ambivalente, di cambiare una scrittura nota e familiare con qualcosa di sorprendente e nuovo.

Il gruppo costituisce quindi uno spazio relazionale fondamentale per la crescita personale degli individui, ne consente la strutturazione in termini di personalità, garantisce loro un ambito di relazioni significative.

Non è un caso, se da sempre anche i contesti professionali e lavorativi, le organizzazioni pubbliche e private, dalle multinazionali alle piccole imprese, realtà “no profit” e il mondo cooperativo e associazionistico, privilegiano approcci di intervento che fondano sulla cooperazione e sul concetto di lavoro di gruppo le proprie basi concettuali e metodologiche. Chi si trova a condurre gruppi o a parteciparvi sarà facilitato nel proprio compito operativo e di raggiungimento dello scopo se sarà in grado di leggere e gestire le dinamiche relazionali profonde che inevitabilmente connotano la vita del gruppo al fine di metterle al servizio degli obbiettivi formali che il gruppo possiede.

In alcuni casi si tratta di lavoro in piccolo gruppo, come quello della storica e collaudata “équipe di lavoro” che è da sempre presente in molti servizi pubblici e privati: sappiamo anche che il momento storico lavorativo attuale suggerisce la costituzione di gruppi che si vengono a costruire in torno a eventi “ad hoc”, limitati nel tempo e negli obiettivi, per via del sempre più diffuso e incentivato operare per progetti finanziati a termine. In un ottica più macro, il gruppo di lavoro può essere visto come entità socialmente ampia: negli ultimi tempi si parla molto di “lavoro di rete”,multidisciplinarietà e interventi combinati tra agenzie e servizi diversi ma integrabili, che possono in maniera sinergica ottimizzare le risorse esistenti. Spesso, infatti, sopratutto nell’ambito psicosociale, le risorse economiche sono distribuite in modo da privilegiare approcci e progetti di larga intesa e partecipazione.

Tutto questo, in ultima analisi, significa lavorare con i gruppi e attraverso i gruppi: gruppi di lavoro, gruppi di coordinamento della rete, gruppi di formazione, supervisione e consulenza.

Lavorare con i gruppi è una competenza utile e necessaria sia a chi utilizzando competenze di counselor, opera con un ruolo di coordinamento o leadership all’interno di realtà cooperative complesse, sia a chi lavora come consulente e si occupa di formazione o di consulenza organizzativa o di progetto.

Il significato del vivere in gruppo secondo Berne

«L’Analisi Transazionale si realizza perfettamente nella terapia del gruppo; o, inversamente, diciamo che l’Analisi Transazionale è una funzione naturale del gruppo terapeutico» (Berne, 1961). Questa formulazione berniana, che precede storicamente le pagine dedicate in maniera più specifica ai principi di terapia di gruppo presenti nei lavori successivi, comunica la centralità del concetto di gruppo nella formulazione dell’impianto teorico di Berne e ancora di più nei suoi risvolti tecnico esperienziali.

Berne usa molti esempi clinici di setting gruppali per descrivere la propria teoria, e dedica attenzione a raccomandare ai terapeuti un approfondimento teorico ed esperienziale sulle dinamiche dei gruppi come presupposto fondamentale al lavoro in terapia.

Perché dunque Berne ritiene così importante il gruppo in un’ottica di cambiamento?

La spiegazione è rintracciabile in particolare nell’unico libro di Berne ancora non tradotto in italiano “The structure and dynamics of organizations and groups” del 1963 in cui Berne collega in maniera diretta, direi quasi causale, il soddisfacimento dei bisogni primari degli individui alla opportunità di partecipazione e di appartenenza ai gruppi. Così Berne:

Uno degli scopi per formare un gruppo, entrare a farvi parte, e adattarvisi, è impedire il deterioramento biologico, psicologico e anche morale. Poche persone sono in grado di “ricaricare le proprie batterie”, di farcela psicologicamente da sole e di mantenere i propri principi morali senza un aiuto esterno (Berne, 1963).

In questa frase è presente l’idea che la partecipazione al gruppo “garantisce” il buon funzionamento di tutti gli Stati dell’Io della persona (“ricaricare le batterie” B, “farcela da soli” autonomia dell’A, e “mantenere i principi morali”, area del G). Infatti secondo Berne:

(…) ogni membro che entra a fare parte di un gruppo per la prima volta è equipaggiato con: (1) una necessità biologica di stimolazione; (2) un bisogno psicologico di strutturazione del tempo; (3) un bisogno sociale di intimità; (4) una aspettativa nostalgica di transazioni modellanti; (5) una serie provvisoria di aspettative fondate sull’esperienza passata. Il suo compito è ora quello di adattare queste necessità e aspettative di base alla realtà che ci si trova di fronte (Berne, 1963).

Mi sembra importante sottolineare la visione positiva (naturalista) di Berne quando fa riferimento ai bisogni in termini di “equipaggiamento”, non solo quindi legittimandone l’esistenza, ma connotandoli in termini di “bagaglio naturale” piuttosto che sottolineando l’aspetto della mancanza, del vuoto da colmare. I bisogni primari delle persone trovano nella dimensione relazionale gruppale le condizioni ideali al loro soddisfacimento. Berne, già prima, nella descrizione del contatto sociale presente in “Analisi Transazionale e psicoterapia” (Berne 1961 ) e in seguito in “A che gioco giochiamo” (Berne 1964), descrive:

I vantaggi del contatto sociale riguardano l’equilibrio somatico e psichico. Sono in rapporto con questi fattori: 1) allentano la tensione 2) evitano situazioni nocive 3) procurano le “carezze” 4) mantengono l’equilibrio raggiunto (Berne 1964). I gruppi assolvono inoltre il compito di strutturare il tempo, di evitare “la noia”, in modo ricco e diversificato perché “chi fa parte di un aggregato sociale di due o più persone ha più possibilità di strutturare il tempo”… I modi di strutturare il tempo rispondono a bisogni psicologici e al contempo definiscono il livello e la profondità del contatto sociale, offrendo “nuove formule di riconoscimento e altre forme più complesse di rapporto  sociale” (Berne. 1964).

L’aggregato di più membri, il gruppo, è quindi un ambito privilegiato per una esperienza umana soddisfacente, sufficientemente stimolante fonte di riconoscimento per consentire un processo di identificazione, definito da un certo confine esterno e da alcune regole interne tali da contenere le angosce della perdita, dell’abbandono, della complessità del reale (Ranci, 1998).

Il bisogno di intimità rappresenta il livello massimo possibile di contatto “autentico’ in cui l’individuo accetta il rischio di uno scambio genuino senza difese, basato sulla fiducia e la condivisione, che riconosce e identifica l’Altro come soggetto della relazione; l’intimità in un gruppo costituisce quindi il punto di arrivo di un percorso di adattamento e di scoperà in cui la dimensione relazionale è complessa e amplificata dalla molteplicità esistente: la rinuncia a ripetere modelli e modalità di appartenenza al gruppo antiche e copionali permette agli individui di abitare il gruppo cui si trovano in maniera realistica e ancorata al presente. Lo stare nel gruppo, se da un lato è fisiologico e gratificante, richiede agli individui uno sforzo di adattamento, “i suoi partecipanti sono disposti a pagare un prezzo per la loro appartenenza. Sono disposti a rinunciare ancor più alle loro inclinazioni individuali per garantire la sopravvivenza del gruppo e la sua struttura” (Berne, 1963).

Quale specificità del counselor nella gestione dei gruppi?

In Italia l’identità professionale del counselor ha contorni sfumati e, (a parte la legge n.4/2013 sulle professioni non regolamentate – Sandro Montefusco), «non esistono leggi che definiscano il profilo professionale del counselor, le sue mansioni e le situazioni in cui queste possano venire attuate» (Mazzetti, 2010). Se questo aspetto rappresenta un limite in termini regolativi formali dell’intervento del counselor, contemporaneamente segnala la vastità dell’ambito di intervento alla relazione d’aiuto e la difficoltà a definire confini netti, sia di contesto che operativi, come invece avviene per esempio per il contesto psicoterapeutico. Se poi ci si orienta tenendo presente la dizione tra counseling primario e counseling complementare risulta evidente come nel secondo caso, «in cui le competenze del counselor sono utilizzate a sostegno di un’altra funzione professionale» (Mazzetti, 2010), l’ambito di utilizzo e applicazione di tali competenze è assai vario e ampio e riguarda praticamente tutte le figure professionali che operano nei contesti della relazione d’aiuto.

In questo senso si possono usare competenze consulenziali, connotate dalla attenzione e valorizzazione delle dinamiche relazionali, in molti contesti di gruppo che attengono all’ambito del coordinamento di équipe, a quello della formazione, a quello del sostegno psicologico come ad esempio i gruppi di auto mutuo aiuto: situazioni in cui sia chiaro un obiettivo concreto da raggiungere e verso il quale orientare le energie del gruppo.

Un esempio può essere lo psicoterapeuta che tiene lezione in una scuola di specializzazione: egli può e deve avere competenze di gestione del gruppo di natura consulenziale complementare. In quanto terapeuta utilizzerà una competenza diretta a orientare le dinamiche del gruppo alla individuazione dei nodi copionali dei suoi partecipanti, in un’ottica squisitamente terapeutica. In quanto docente farà ricorso a un diverso tipo di competenza di tipo consulenziale, che individua come fondamento del ruolo formativo anche la gestione delle dinamiche del gruppo, finalizzata all’obiettivo di apprendimento. Nel caso del gruppo di terapia quello che accade non è fortemente vincolato a un obiettivo condiviso generale (se non individuabile in un concetto di “cura” terapeutica) ma si rifà ai contratti terapeutici stipulati con i singoli pazienti; nel secondo caso esiste un livello concreto ed esplicito, un obiettivo che il gruppo deve raggiungere e che sarà in grado di raggiungere anche in base alla gestione delle proprie dinamiche inconsapevoli e profonde.

L’esistenza dell’obiettivo esplicito garantisce resistenza di un oggetto intorno al quale e per il quale il gruppo organizza la propria cultura e le proprie dinamiche. L’interesse del conduttore di un gruppo di apprendimento si sposta dalla modificazione del copione dei membri del gruppo (pur sempre ravvisabile come incidente virtuoso) e quindi del cambiamento terapeutico, al significato che l’emergere di quella dinamica ha per il gruppo in funzione dell’oggetto condiviso.

II counselor tiene conto dei due livelli di vita del gruppo, articolando “struttura pubblica” che può essere individuata nella dimensione contrattuale, esplicita, frutto dell’incontro con la porzione funzionante dell’Adulto del gruppo, con la “struttura privata”, inconsapevole, dove risiedono gli elementi di contraddizione, di conflittualità, i possibili Giochi. La capacità del counselor di tenere conto, e in alcuni casi di esplicitare, la sua visione della vita emotiva del gruppo sia quando questa si propone in termini di adattamento che di resistenza, consente al gruppo nella sua globalità di soddisfare i propri bisogni evolutivi e quindi di potere orientare o mantenere le proprie energie sull’oggetto del gruppo. In questo senso non é secondaria l’attenzione che il counselor pone alla struttura privata del gruppo, risulta viceversa indispensabile al raggiungimento dell’obiettivo concreto. Il gruppo é un organismo-in-relazione e come tale è connotato da dinamiche di relazione interne e dinamiche rivolte all esterno; come tale può essere visto, accolto, accompagnato. Anche nel caso in cui il gruppo di lavoro si venga a costituire intorno a un obiettivo sentito e condiviso, con un alto livello di motivazione consapevole, ciò non significa che nel gruppo non siano presenti entrambi i livelli di vita di cui ci parla Bion. Come é possibile cogliere e accogliere le dinamiche legate alla struttura privata del gruppo?

Una competenza richiesta al counselor è prestare attenzione ai due livelli di comunicazione presenti nel gruppo, verbale (centrato sui contenuti) e non verbale (legato ai processi), le discrepanze e incongruenze, interrogandosi sul processo relazionale in atto nel gruppo e nei confronti del conduttore stesso (Lo Re, 2010). Ad esempio il pensiero di un coordinatore potrebbe essere: «Cosa direbbe un marziano se capitasse in questa équipe consultoriale? Cosa sta avvenendo, per cui risulta cosi difficile condurre un progetto che coinvolga tutti i membri del gruppo di lavoro, mentre quando si fa prevenzione nelle scuole tutto fila liscio? È indicativo il fatto che l’équipe funziona bene quando lavora “a coppie” come avviene nel lavoro presso la scuola?». Interrogativi come questi si pongono a un livello di meta-riflessione e superano la semplice analisi dei contenuti, che spesso risultano muti, per cui sulla carta un progetto continua a risultare ben confezionato anche se di difficile attuazione. In situazioni come l’esempio citato, fino a che punto è possibile considerare l’alto coinvolgimento emotivo dell’équipe una risorsa e quanto invece un ostacolo nella realizzazione del progetto condiviso? È possibile trovare un equilibrio tra struttura pubblica e struttura privata del gruppo? Un bilanciamento sarà possibile se il leader sarà in grado in primo luogo di leggere quanto accade in termini processuali come espressione ad esempio di un “assunto di base di accoppiamento”; sarà poi importante per il leader ricondurre i membri del gruppo a una visione meno personale e più realistica del proprio compito professionale nutrendo lo Stato dell’Io Adulto del gruppo, senza svalutare il bisogno che i partecipanti hanno di “giocare i propri Giochi”, aiutandoli a trovare forme di relazione più evolute e intime, che potranno costituire progressivi modellamenti dell’Imago.

La centralità dell’obiettivo non impedisce che i partecipanti possano cogliere l’occasione di cambiare modi di pensare e di sentire a partire da una consapevolezza più personale del significato della dinamica del gruppo. Si parla in questo caso di

empowerment dei membri del gruppo, di cambiamento di sé e del proprio agire, di sviluppo di competenza, di superamento del disagio che costituisce il problema sociale, limite alla capacità di azione di ciascuno di fronte a un compito, ragione per cui i membri decidono di aderire al gruppo (Del Rio 2010).

Il senso del confine con altre modalità di cambiamento, come la psicoterapia, risiede proprio nella contemporaneità dell’insight del processo consulenziale, in cui le opzioni individuate costituiscono una risorsa nel “qui e ora” e sono strettamente connesse al ruolo e alla funzione svolte in quel gruppo (coordinatore, educatore, amministratore delegato, allievo in formazione, genitore, insegnante). Ciò evidentemente nulla toglie alla potenzialità di tale insight, che possiamo tecnicamente rappresentare come un processo di decontaminazione che lo stesso Berne definirebbe “terapeutico”.

Conclusioni

La visione analitico transazionale, sia da un punto di vista teorico che metodologico individua nel gruppo una risorsa fondamentale in termini di cambiamento, luogo “naturale” di sperimentazione di strategie relazionali alternative alle stereotipie dettate dal copione di vita. Il gruppo è anche fornito di una sua complessità e profondità, umana e relazionale, in cui le persone si identificano e dalla cui appartenenza possono trarre sommo piacere come grandi sofferenze. È fondamentale che chi lavora con i gruppi e nei gruppi all’interno di un orizzonte consulenziale, anche in ambiti molto pratico-operativi, possa osservare e rispettare questa complessità, coglierne i segnali e le sfumature, indirizzarne le risorse convogliandole verso l’evoluzione, innanzitutto psicologica e relazionale, del gruppo. Le riflessioni presentate in questo contributo «sottolineano gli elementi di continuità e di integrazione fra l’approccio psicoanalitico e quello proprio dell’Analisi transazionale» (Ranci, 1998), nella convinzione che esprimano, ancora oggi, anche per il counseling, dei riferimenti indispensabili per il lavoro con i gruppi.

DiSandro Montefusco

La Filosofia dell’A.T.

L’Analisi Transazionale si basa su alcuni assunti filosofici riguardo all’uomo, alla vita e agli obiettivi del cambiamento. Gli assunti filosofici dell’A.T. sono:

  • Ognuno è OK.
  • Ognuno ha la capacità di pensare.
  • Ognuno decide il proprio destino, e queste decisioni possono essere cambiate.

Da questi assunti seguono due principi fondamentali della pratica dell’A.T.:

  • Il metodo contrattuale.
  • La comunicazione aperta.

Ognuno è OK

L’assunto fondamentale dell’A.T. è che ognuno è OK. Questo significa: voi e io siamo entrambi dotati di valore e dignità in quanto persone. Io accetto me stesso in quanto me e accetto te in quanto te. Questa è un’affermazione sull’essenza più che sul comportamento. Talvolta può darsi che io non accetti quello che tu fai. Ma sempre accetto quello che tu sei. La tua essenza di essere umano è OK per me, anche se il tuo comportamento può non esserlo. Io non sono superiore a te, e tu non sei superiore a me. Siamo sullo stesso livello, in quanto esseri umani. Questo vale anche se i nostri risultati possono essere diversi. È vero anche se siamo di razza, di età ο di religione diverse.

Ognuno ha la capacità di pensare

Ognuno, a eccezione di chi ha subito un grave danno cerebrale, ha la capacità di pensare. Pertanto è responsabilità di ciascuno di noi decidere cosa vogliamo dalla vita. Ognuno in ultima analisi vivrà portandosi dietro le conseguenze di ciò che ha deciso.

Il modello decisionale

Sia tu che io siamo OK. Può darsi che talvolta mettiamo in atto un comportamento non OK. Quando ciò avviene, significa che stiamo seguendo delle strategie che abbiamo deciso da bambini. Queste strategie erano il modo migliore che avevamo, da bambini, per sopravvivere e ottenere quello che volevamo da un mondo che poteva sembrarci ostile. Da adulti, talvolta seguiamo quegli stessi modelli. Può darsi che io facciamo anche se i risultati sono controproducenti ο addirittura dolorosi per noi. Anche quando eravamo bambini piccoli, i nostri genitori non potevano farci crescere in un particolare modo piuttosto che in un altro. Certamente potevano esercitare forti pressioni su di noi. Ma fummo noi a decidere se volevamo adeguarci a quelle pressioni, ribellarci a esse ο ignorarle. Per noi adulti vale la stessa cosa. Nessuno può costringerci a comportarci in modi particolari, né gli altri né «l’ambiente». Gli altri, ο le circostanze della nostra vita, possono certo esercitare una forte pressione su di noi. Ma è sempre una nostra decisione adeguarci a queste pressioni. Siamo noi i responsabili delle nostre emozioni e del nostro comportamento. Ogniqualvolta prendiamo una decisione, più tardi possiamo cambiarla. Questo vale anche per le prime decisioni che prendemmo riguardo a noi stessi e al mondo. Se alcune di queste decisioni prese da bambini stanno generando risultati per noi negativi, da adulti possiamo andare a ritrovare queste decisioni e sostituirle con nuove decisioni più adeguate. Così, possiamo cambiare. Questo cambiamento lo otteniamo non semplicemente attraverso un insight [una comprensione profonda] nei vecchi schemi di comportamento, quanto piuttosto attraverso la decisione attiva di cambiare questi schemi; e i cambiamenti che effettuiamo possono essere reali e duraturi.

Il metodo contrattuale

Se siete un  Analista Transazionale e io sono il vostro cliente, noi ci assumiamo la responsabilità congiunta di raggiungere qualsiasi cambiamento io voglia ottenere. Questo discende dall’assunto che voi e io ci rapportiamo su termini di parità. Tu non puoi fare delle cose a me. Né io posso venire da te con l’aspettativa che tu farai tutto per me. Dato che entrambi partecipiamo al processo di cambiamento, è importante che entrambi sappiamo chiaramente come saranno divisi i compiti, Ecco perché stipuliamo un Contratto. Questo rappresenta un’affermazione di responsabilità da parte di entrambi. In quanto paziente, io affermo di voler cambiare, e dico cosa sono disposto a fare per portare in essere questo cambiamento. Tu, in quanto operatore, mi confermi di essere disposto a lavorare con me a questo fine. Ti impegni a usare il meglio delle tue capacità professionali a questo fine, e mi dici che ricompensa vuoi in cambio del tuo lavoro.

Comunicazione aperta

Eric Berne insisteva sul fatto che il cliente oltreché l’operatore dovessero disporre di piene informazioni su cosa stava avvenendo nel loro lavoro congiunto. Questo discende dall’assunto di base che ognuno è OK e che ognuno ha la capacità di pensare. Nella pratica dell’A.T. gli appunti su un caso sono a disposizione del cliente. Così il cliente può assumere un ruolo di parità nel processo di cambiamento. Per favorire la comunicazione le idee dell’A.T. sono espresse in un linguaggio semplice. Invece delle parolone di derivazione latina ο greca così abituali in certe altre branche della psicologia, l’A.T. parla in termini familiari: Genitore, Adulto, Bambino, Gioco, Copione, Carezza. Alcuni pensano che questo linguaggio così diretto debba rispecchiare un pensiero superficiale. Tutt’altro! Infatti benché il linguaggio dell’A.T. sia semplice, la sua teoria è profonda e frutto di rigorosi ragionamenti.

(Fonte: I. STEWART- V. JOINES, L’Analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, Milano 2000).

Continua la lettura nella pagina “L’A.T. e il gruppo”

DiSandro Montefusco

Idee chiave dell’Analisi Transazionale

Di seguito presento le idee chiave che costituiscono la base della teoria dell’Analisi Transazionale (A.T.), e che servono a differenziarla da qualsiasi altro sistema psicologico.

Il modello degli Stati dell’Io (modello GAB)

Il concetto più fondamentale è il modello degli Stati dell’Io. Uno Stato dell’Io è un insieme di comportamenti, pensieri ed emozioni tra loro collegati. È un modo attraverso il quale noi manifestiamo una parte della nostra personalità in un dato momento. Secondo questo modello, ci sono tre Stati dell’Io distinti. Se io mi comporto, penso e sento in relazione a ciò che sta avvenendo intorno a me qui e ora, utilizzando tutte le risorse a mia disposizione quale persona adulta, si dice che sono nello stato dell’Io Adulto. Talvolta posso comportarmi, pensare e sentire in modi che sono una copia di quelli dei miei genitori, ο di altre persone che sono state per me delle figure genitoriali. In questi casi si dice che sono nello stato dell’Io Genitore. Altre volte posso tornare a modi di comportamento, di pensiero e di emozione che utilizzavo quando ero bambino. Si dice allora che sono nello stato dell’Io Bambino. Fate attenzione alle iniziali maiuscole. Esse sono sempre utilizzate quando vogliamo indicare che ci stiamo riferendo agli stati dell’Io (Genitore, Adulto, Bambino). Il modello degli stati dell’Io è spesso indicato come «modello GAB».

Spesso nella pratica quotidiana dell’A.T. si dice semplicemente che sono nel «Bambino», nel «Genitore» o nell’«Adulto». Se mettiamo insieme i tre stati dell’Io otteniamo il modello tripartito della personalità chiamato modello degli Stati dell’Io che è al cuore della teoria dell’A.T. Esso è convenzionalmente rappresentato come un insieme di tre cerchi l’uno al di sopra dell’altro.

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Transazioni, Carezze, Strutturazione del tempo

Quando comunico con voi, posso scegliere di rivolgermi a voi da uno qualsiasi dei miei tre Stati dell’Io. A vostra volta voi potete rispondere da uno qualsiasi dei vostri stati dell’Io. Questo scambio di comunicazioni è noto col termine di Transazione. Una transazione si ha quando io vi presento un qualche tipo di comunicazione e voi mi rispondete. In linguaggio formale la comunicazione di apertura è chiamata Stimolo, ciò che mi rinviate è chiamato Risposta. Questo ci dà la definizione formale di una Transazione: uno Stimolo Transazionale più una Risposta Rransazionale. Berne definiva la Transazione «l’unità fondamentale del discorso sociale». L’impiego del modello degli Stati dell’Io per analizzare sequenze di Transazioni è chiamato Analisi Transazionale in senso stretto. I termini «in senso stretto» sono aggiunti per indicare che stiamo parlando di questa branca particolare dell’A.T., e non dell’A.T. nel suo complesso.

Quando voi e io effettuiamo delle Transazioni, io segnalo un Riconoscimento di voi e voi mi rinviate questo Riconoscimento. Mentre camminate per la strada vedete un vostro vicino che viene in direzione opposta. Nel momento in cui vi incrociate sorridete e dite: «Bella giornata!». Il vostro vicino sorride a sua volta e risponde: «Sì, proprio bella». Voi e il vostro vicino vi siete appena scambiati delle “Carezze”. Una Carezza è definita una “unità di riconoscimento”. A noi tutti questi tipi di scambi sono talmente familiari che di solito non vi badiamo. Ma immaginiamo che la scena fosse ripetuta con un’unica piccola differenza: nel momento in cui il vostro vicino si avvicina, voi sorridete e dite: «Che bella giornata!», ma lui non dà nessuna risposta, passa come se voi non ci foste. Che cosa provereste? Se siete come la maggior parte delle persone rimarrete sorpresi della mancanza di risposta del vostro vicino. Vi chiederete: «Che cosa è successo?». Noi abbiamo bisogno di Carezze, e ci sentiamo deprivati se non le otteniamo.

E. Berne ha descritto alcuni tipi di bisogni che noi tutti proviamo. Uno è il bisogno di stimolazione fisica e mentale. Berne lo chiamava bisogno di stimoli. A questo proposito rimandava all’opera di ricercatori sullo sviluppo umano e animale, per esempio alla ben nota indagine di Rene Spitz che aveva tenuto in osservazione dei neonati allevati in un orfanotrofio. Questi neonati erano ben nutriti, puliti e al caldo; tuttavia tendevano ad avere problemi fisici ed emotivi più spesso dei bambini allevati dalle loro madri o da altre persone che si prendevano direttamente cura di loro. Spitz trasse la conclusione che ciò che mancava a quei bambini era una stimolazione: essi avevano ben poco da guardare tutto il giorno se non le pareti bianche delle loro stanze, e soprattutto avevano poco contatto fisico con chi li accudiva. Mancavano loro il contatto fisico, i vezzeggiamenti e le carezze che i neonati normalmente ricevono da chi si prende cura di loro. La scelta di Berne del termine «Carezza» si riferisce a questo bisogno infantile di essere toccato. Da adulti, affermò, noi aneliamo ancora a un contatto fisico; tuttavia impariamo anche a sostituirlo con altre forme di Riconoscimento. Un sorriso, un complimento o al limite anche un’occhiata storta o un insulto sono tutte cose che ci mostrano che la nostra esistenza è stata Riconosciuta. Per indicare questa nostra esigenza di riconoscimento da parte degli altri Berne utilizzò il termine bisogno di Riconoscimento. Nel linguaggio dell’A.T. qualsiasi atto di Riconoscimento è chiamato una Carezza. Noi abbiamo bisogno di Carezze per mantenere il nostro benessere fisico e psichico.

Quando effettuano delle Transazioni in gruppi ο in coppie, le persone impiegano il tempo in svariati specifici modi che possono essere elencati e analizzati. È quella che chiamiamo l’analisi della Strutturazione del tempo.

Ogniqualvolta delle persone si riuniscono in coppie o gruppi ci sono sei modi diversi in cui possono trascorrere il tempo. Eric Berne ha elencato queste sei possibilità di strutturazione del tempo:

  • Isolamento
  • Rituali
  • Passatempi
  • Attività
  • Giochi
  • Intimità

Questi, affermava Berne, sono tutti modi di soddisfare il bisogno di Struttura. Quando ci troviamo in una situazione in cui non ci è imposta alcuna Strutturazione del tempo la prima cosa che faremo sarà probabilmente quella di crearcene una. Giunto sulla sua isola deserta Robinson Crusoe strutturò il proprio tempo mettendosi a esplorarla e a crearsi un posto in cui abitare. I detenuti nelle celle d’isolamento si fabbricano calendari e orari giornalieri. Se avete mai partecipato a una dinamica di gruppo in cui inizialmente il tempo è totalmente non strutturato, sapete bene quanto questa situazione metta a disagio. È tipico che qualcuno chiederà: «Ma che dobbiamo fare qui?». Alla fine ciascun membro del gruppo risponderà a questa domanda mettendo in atto uno dei sei modi di strutturare il tempo prima elencati. Nell’esaminare ciascuna di queste sei modalità possiamo collegarla a quello che già sappiamo circa gli Stati dell’Io e le Carezze. L’intensità delle Carezze aumenta scendendo lungo l’elenco nel passare dall’Isolamento all’Intimità. Nella letteratura dell’Analisi Transazionale è stato talvolta sostenuto che anche il grado di rischio psicologico aumenta via via che scendiamo lungo l’elenco. Quel che è certo è che l’imprevedibilità delle Carezze tende ad aumentare; in particolare diventa meno prevedibile sapere se saremo accettati o rifiutati dall’altro. Nel nostro Bambino può darsi che percepiamo davvero quest’imprevedibilità come un «rischio» per noi stessi. Quando eravamo piccoli dipendevamo, per essere OK, dalle carezze che ottenevamo dai nostri genitori, e percepivamo il loro rifiuto di noi come una minaccia per la nostra sopravvivenza. Ma ora che siamo adulti non vi è alcuno di questi rischi in nessuno di questi modi di strutturare il tempo. Nessuno può «farci» sentire qualcosa. Se un altro sceglie di agire secondo una modalità di rifiuto verso di me posso chiedere perché lo fa, ed esigere che cambi. Se l’altro non lo fa posso abbandonare il rapporto con quella persona e trovare un altro rapporto in cui sia accettato.

Il Copione

Ciascuno di noi nell’infanzia scrive una storia di vita per se stesso. Questa storia ha un inizio, un proseguimento e una fine. Noi scriviamo il Copione di base negli anni della primissima infanzia, ancor prima di essere abbastanza grandi da saper dire qualche parola. Più avanti nell’infanzia, aggiungeremo altri dettagli alla storia. All’età di sette anni sarà quasi completamente scritta. Potremo rivederla ulteriormente durante l’adolescenza. Da adulti, di solito non siamo più consapevoli della storia di vita che abbiamo scritto per noi. Tuttavia è molto facile che la seguiremo fedelmente; senza esserne consapevoli, è probabile che imposteremo la nostra vita in modo da avvicinarci sempre più alla scena finale che da bambini abbiamo deciso di vivere. Questa storia di vita a livello inconsapevole nell’A.T. la chiamiamo Copione. Insieme al modello degli Stati dell’Io il concetto di Copione costituisce un elemento fondamentale dell’A.T. È particolarmente importante nelle applicazioni psicoterapeutiche. Nell’analisi del Copione utilizziamo il concetto di Copione di vita per capire come le persone possano, senza saperlo, crearsi dei problemi e come possano indirizzarsi a risolverli.

Svalutazione, Ridefinizione, Simbiosi

II bambino piccolo sceglie un dato Copione perché rappresenta la strategia migliore che egli possa elaborare per sopravvivere e adattarsi in quello che spesso sembra un mondo ostile. Nel nostro Stato dell’Io Bambino può avvenire che siamo tuttora convinti che qualsiasi minaccia alla nostra immagine infantile del mondo sia una minaccia alla soddisfazione dei nostri bisogni, se non addirittura alla nostra sopravvivenza. Così può darsi che talvolta distorciamo la nostra percezione della realtà affinché collimi col nostro Copione. Quando questo avviene, diciamo che stiamo effettuando una Ridefinizione. Un modo di garantirci che il mondo sembri adeguarsi al nostro Copione è quello di ignorare selettivamente le informazioni di cui disponiamo in una data situazione. Senza intento consapevole, cancelliamo quegli aspetti della situazione che contraddirebbero il nostro Copione. È quello che chiamiamo Svalutazione. Nel corso della vita mi trovo continuamente di fronte a problemi: come faccio ad attraversare la strada senza rimanere ucciso? Come faccio ad affrontare quel che mi è stato appena assegnato? Come rispondere a un approccio amichevole o aggressivo da parte di un altro? Ogniqualvolta incontro un problema ho due opzioni. Posso usare tutto il potere del mio pensiero, delle mie emozioni e delle azioni Adulte per risolverlo, oppure posso entrare nel Copione. Se entro nel copione, comincio a percepire il mondo in modo che sembri collimare con le decisioni che ho preso da piccolo. È probabile che cancelli la mia consapevolezza di alcuni aspetti della situazione reale. Allo stesso tempo, posso ingrandire a proporzioni gigantesche altri aspetti del problema “qui-e-ora”. Invece di intraprendere un’azione per risolvere il problema mi affido alla «soluzione magica» offertami dal Copione. Spero nel Bambino che effettuando questa magia possa manipolare il mondo in modo da avere una soluzione. Invece di essere attivo divento passivo. Questo campo della teoria dell’A.T. è noto come teoria Schiffiana, o della «famiglia Schiff», che elaborò il concetto di Svalutazione. Gli Schiff definiscono la Svalutazione un “ignorare inavvertitamente delle informazioni pertinenti alla soluzione di un problema”. Ogni svalutazione poi è accompagnata spesso da Grandiosità, vale a dire da un’esagerazione di qualche caratteristica della realtà. L’espressione «Fare di una pietruzza una montagna» descrive bene la Grandiosità. Così come una caratteristica della situazione è ignorata o sminuita attraverso la Svalutazione, allo stesso modo un’altra caratteristica è ingrandita fuori misura attraverso la Grandiosità. Entrambe le situazioni mi fanno restare bloccato nel mio Copione.

Nel quadro dei nostri sforzi per mantenere valido il nostro Copione, può avvenire che talvolta da adulti entriamo in rapporti che ri-propongono quelli che avemmo con i nostri genitori quando eravamo bambini. Lo facciamo senza esserne consapevoli. In questa situazione, uno dei partner del rapporto impersona il ruolo di Genitore e di Adulto, mentre l’altro si comporta da Bambino. Tra loro, essi funzionano come se fossero disponibili solo tre e non Sei stati dell’Io. Un rapporto di questo genere è chiamato Simbiosi. Nella teoria schiffiana si ha una Simbiosi quando due o più individui si comportano come se formassero un’unica persona. In un rapporto come questo le persone interessate non utilizzeranno tutto il repertorio di Stati dell’Io. Tipicamente una di esse escluderà il Bambino e utilizzerà solo il Genitore e l’Adulto. L’altra assumerà la posizione opposta, rimanendo nel Bambino ed escludendo gli altri due Stati dell’Io. Così nel totale esse hanno accesso a tre soli Stati dell’Io.

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I Racket, i Buoni premio e i Giochi

Da bambini può avvenire che ci accorgiamo che nella nostra famiglia certe emozioni sono approvate mentre altre sono proibite. Per ottenere Carezze può darsi che decidiamo di sentire solo ciò che è permesso, e questa decisione è presa senza che ve ne sia consapevolezza. Quando nella vita adulta dipaniamo il nostro Copione, continuiamo a nascondere le nostre emozioni autentiche con quelle che ci furono permesse da bambini. Queste emozioni sostitutive le chiamiamo emozioni Parassite. Se proviamo un’emozione Parassita e la teniamo nascosta invece di esprimerla al momento opportuno, diciamo che stiamo raccogliendo un Buono premio. Un Gioco è una sequenza ripetitiva di Transazioni nelle quali entrambe le parti finiscono col provare emozioni parassite. In un Gioco troviamo sempre un momento di scambio, cioè una frazione di secondo in cui i giocatori avvertono che è successo qualcosa di inaspettato e di spiacevole. Noi facciamo dei Giochi senza esserne consapevoli. Avete mai avuto un’interazione nella quale voi e l’altro alla fine vi siete entrambi sentiti a disagio, e avete detto a voi stessi una cosa del tipo: «Perché continua a succedermi questo?». «Come mai è successo di nuovo?». «Pensavo che lui/lei fosse diverso dagli altri, e invece…». Avete provato sorpresa per il modo in cui sono andate a finire le cose, rendendovi conto nel contempo che quello stesso tipo di cosa vi era già successa? Se avete avuto un’interazione come questa, è molto probabile che nel linguaggio dell’A.T. steste effettuando un Gioco. Come una partita di calcio o di scacchi, un Gioco psicologico è effettuato secondo regole predeterminate. È stato Berne il primo ad attrarre l’attenzione su questa struttura prevedibile dei Giochi e a suggerire i modi di analizzarli. Possiamo individuare alcune caratteristiche tipiche dei Giochi:

  1. I Giochi sono ripetitivi. Ogni persona gioca il suo Gioco preferito più e più volte nel tempo. Gli altri giocatori e le circostanze possono cambiare, ma lo schema del Gioco rimane lo stesso.
  2. I Giochi sono giocati senza la consapevolezza dell’Adulto. Malgrado il fatto che la persona ripeta i Giochi più e più volte, vive ciascuna proposizione del suo Gioco senza essere consapevole di farlo. È solo nelle parti finali del Gioco che il giocatore può chiedersi: «Com’è possibile che questo sia successo di nuovo?». Anche a quel punto, la persona di solito non si rende conto di aver contribuito essa stessa a costituire il Gioco.
  3. I Giochi terminano coi giocatori che provano un’emozione Parassita.
  4. I Giochi comportano uno scambio di “Transazioni ulteriori” tra i giocatori. In ogni Gioco c’è qualcosa che succede a livello psicologico, diverso da ciò che sembra succedere a livello sociale. Lo sappiamo dal fatto che la persona ripete i propri Giochi più e più volte, trovando altre persone i cui Giochi si «incastrano» col suo.
  5. I Giochi comportano sempre un momento di sorpresa o confusione. A questo punto il giocatore ha la sensazione che sia successa una cosa inaspettata. In qualche modo le persone sembrano aver cambiato ruolo.

Stephen Karpman ha ideato un mezzo semplice e potente per analizzare i Giochi, il triangolo drammatico.

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Egli afferma che ogniqualvolta giochiamo dei Giochi entriamo in uno di questi tre ruoli di Copione: Persecutore, Salvatore o Vittima. Un Persecutore è una persona che calpesta e sminuisce gli altri. Il Persecutore considera gli altri inferiori a lui e non OK. Anche un Salvatore considera gli altri non OK e in posizione d’inferiorità, solo che reagisce offrendo loro aiuto da una posizione one-up (di superiorità). La sua convinzione è: «Io devo aiutare tutte queste altre persone perché non sono sufficientemente capaci di aiutarsi da sole». Una Vittima è una persona che si considera one-down (inferiore) e non OK. Talvolta la Vittima cercherà un Persecutore che la metta in posizione d’inferiorità e la tratti male. Oppure può andare alla ricerca di un Salvatore che le offra aiuto e la confermi nella sua convinzione: «Io non ce la faccio da solo». Ognuno dei ruoli del triangolo drammatico comporta una Svalutazione. Sia il Persecutore che il Salvatore svalutano gli altri. Il Persecutore svaluta la dignità degli altri, e può arrivare a svalutare il diritto degli altri alla vita e alla salute fisica. Il Salvatore svaluta la capacità degli altri di pensare da soli e di agire di propria iniziativa. Una Vittima svaluta se stessa. Se è alla ricerca di un Persecutore, acconsentirà alla Svalutazione del Persecutore e si considererà una persona degna di essere rifiutata e sminuita. La Vittima che è alla ricerca di un Salvatore crederà di aver bisogno dell’aiuto di quest’ultimo per pensare bene, per agire o prendere decisioni.

Autonomia

Per realizzare il nostro pieno potenziale di adulti dobbiamo aggiornare quelle strategie per affrontare la vita che decidemmo di utilizzare da bambini. Quando scopriamo che queste strategie non funzionano più per noi, dobbiamo sostituirle con nuove strategie che funzionino. Nel linguaggio dell’A.T. dobbiamo uscire dal nostro Copione e raggiungere l’Autonomia. Gli strumenti dell’A.T. sono intesi ad aiutare le persone a raggiungere questa autonomia. Le sue componenti sono la Consapevolezza, la Spontaneità nonché l’Intimità. Questo implica la capacità di risolvere i problemi utilizzando le piene risorse adulte della persona.

Eric Berne ha suggerito che l’ideale è l’Autonomia. Egli non ha mai presentato una definizione di questo termine, ma ha scritto che «l’autonomia si conquista quando si liberano o si recuperano tre capacità: Consapevolezza, Spontaneità e Intimità».

La Consapevolezza è la capacità di vedere, sentire, provare la sensazione, il gusto e l’odore delle cose in quanto pure impressioni dei sensi, nel modo in cui lo fa un neonato. La persona consapevole non interpreta né filtra l’esperienza del mondo per adeguarla a qualche definizione del Genitore. È in contatto con le sue sensazioni corporee oltreché con gli stimoli esterni. Quando cresciamo la maggior parte di noi è sistematicamente addestrata ad attutire la propria consapevolezza. Impariamo invece a devolvere energia nel nominare le cose e criticare i risultati nostri e degli altri. Per esempio immaginate che io sia a un concerto. Mentre il musicista suona posso essere preso da un dialogo interno: «Questo è stato scritto nel 1856, vero? Hm, il ritmo è troppo veloce. Mi chiedo, quando finirà? Devo andare a letto presto stasera, ho molto lavoro domani…». Se mi permetto di divenire consapevole, spengo questa voce dentro di me. Esperisco semplicemente il suono della musica e le mie risposte somatiche a essa.

La Spontaneità significa la capacità di scegliere da tutta una gamma di emozioni in termini di sensazioni, pensiero e comportamento. Proprio come la persona consapevole esperisce il mondo, allo stesso modo la persona spontanea reagisce al mondo, in modo diretto, senza cancellare parti della realtà o reinterpretarle in modo che si adeguino alle definizioni del Genitore. La spontaneità implica che la persona possa reagire liberamente a partire da uno qualsiasi dei suoi tre Stati dell’Io. Può pensare, sentire o comportarsi da persona adulta utilizzando il suo stato dell’Io Adulto. Se lo vuole può andare nel Bambino e ritornare in contatto con la creatività, il potere intuitivo e l’intensità delle sensazioni che possedeva nella propria infanzia. Oppure può reagire da Genitore riproponendo le emozioni e il comportamento che ha appresi dai genitori o figure genitoriali. Quale che sia lo Stato dell’Io che utilizza, sceglierà la sua risposta liberamente in modo che si adatti alla sua situazione attuale senza adeguarsi a comandi genitoriali sorpassati.

Intimità significa una aperta condivisione di emozioni tra voi e un’altra persona. Le emozioni espresse sono autentiche, cosicché l’intimità esclude la possibilità di Racketeering o di effettuare dei Giochi. Quando una persona è in intimità è probabile che passi nel Bambino.

Benché non lo abbia detto esplicitamente, Berne sottintese che l’Autonomia equivale alla libertà dal Copione. La maggior parte degli autori dell’A.T. dopo Berne ha anch’essa equiparato queste due idee. Così possiamo suggerire una definizione dell’Autonomia: “un comportamento, un pensiero o un’emozione che è una risposta alla realtà qui-e-ora più che una risposta a convinzioni di Copione“.

(Fonte: I. STEWART- V. JOINES, L’Analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, Milano 2000)

Continua la lettura nella pagina “La Filosofia A.T.

DiSandro Montefusco

Che cos’è l’Analisi Transazionale

L’analisi Transazionale (A.T.), sviluppata da Eric Berne, MD (1910-1970), è una teoria della personalità propria della psicologia sociale. La teoria di Berne è costituita da alcuni concetti chiave che gli operatori utilizzano per aiutare i clienti, gli studenti, e sistemi organizzativi ad analizzare e modificare quei segmenti di interazione che interferiscono con il raggiungimento delle proprie aspirazioni di vita.

Negli ultimi 40 anni, la teoria di Berne si è evoluta ampliando la possibilita di applicazione nel campo del Counseling, nel campo Educativo e nel campo Organizzativo, oltre che alla Psicoterapia. Gli studi e la ricerca hanno valutato l’efficacia dell’A.T. in un’ampia varietà di contesti.

L’A.T. benché nasca come “Teoria della personalità e psicoterapia sistematica ai fini della crescita e del cambiamento della persona” – questa è stata infatti da sempre la principale definizione che è ne ha dato l’ITAA – è  molto di più. Infatti attraverso il modello degli “Stati dell’Io” ci dice come funziona la persona e come esprime la sua personalità in termini di comportamento. Inoltre è stata sempre anche una teoria della comunicazione, tramite l’analisi delle “Transazioni” (l’Analisi Transazionale propriamente detta). Tale modello può essere esteso e divenire strumento per l’analisi dei sistemi organizzativi. Essa è anche una teoria dello sviluppo infantile: infatti “il concetto di Copione spiega come gli schemi di vita attuali abbiano origine nell’infanzia. Nel quadro del Copione, l’A.T. elabora spiegazioni di come nella nostra vita di adulti noi continuamente riproponiamo delle strategie infantili anche quando esse generano risultati autolesionisti o dolorosi”. In questo senso l’A.T. propone anche una teoria della psicopatologia.

Aldilà del campo della psicoterapia L’A.T. è molto utilizzata nei contesti socio-educativi. Ad esempio aiuta gli insegnanti e gli studenti a rimanere in chiara comunicazione ed evitare che si creino scontri improduttivi. È particolarmente adatta al Counseling ed è utilizzata in ambito organizzativo e aziendale come potente strumento nella formazione alla direzione e alla comunicazione, nonché all’analisi delle organizzazioni. Tra le altre applicazioni e impieghi, l’A.T. viene utilizzata da parte di assistenti sociali, tribunali, in ambito di direzione spirituale, ovvero laddove vi sia necessità di capire le persone, i rapporti, la comunicazione.

(Fonte: I. STEWART- V. JOINES, L’Analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, Milano 2000)

Continua la lettura nella pagina “Le idee chiave dell’A.T.

DiSandro Montefusco

Il Counseling

Il Counseling è una professione regolamentata ai sensi della legge n. 4/2013.

[CONTINUA]

DiSandro Montefusco

L’Analisi Transazionale

L’analisi Transazionale, sviluppata da Eric Berne, MD (1910-1970), è una teoria della personalità propria della psicologia sociale. La teoria di Berne è costituita da alcuni concetti chiave che gli operatori utilizzano per aiutare i clienti, gli studenti, e sistemi organizzativi ad analizzare e modificare quei segmenti di interazione che interferiscono con il raggiungimento delle proprie aspirazioni di vita.

Negli ultimi 40 anni, la teoria di Berne si è evoluta ampliando la possibilita di applicazione nel campo del Counseling, nel campo Educativo e nel campo Organizzativo, oltre che alla Psicoterapia. Gli studi e la ricerca hanno valutato l’efficacia dell’Analisi Transazionale in un’ampia varietà di contesti.

L’Analisi Transazionale benché nasca come “Teoria della personalità e psicoterapia sistematica ai fini della crescita e del cambiamento della persona” – questa è stata infatti da sempre la principale definizione che è ne ha dato l’ITAA – attraverso il modello degli Stati dell’Io ci dice come funziona la persona e come esprime la sua personalità in termini di comportamento. Inoltre è stata sempre anche una teoria della comunicazione, tramite l’analisi delle Transazioni (l’Analisi Transazionale propriamente detta). Tale modello può essere esteso e divenire strumento per l’analisi dei sistemi organizzativi. Essa è anche una teoria dello sviluppo infantile: infatti “il concetto di Copione spiega come gli schemi di vita attuali abbiano origine nell’infanzia. Nel quadro del Copione, l’Analisi Transazionale elabora spiegazioni di come nella nostra vita di adulti noi continuamente riproponiamo delle strategie infantili anche quando esse generano risultati autolesionisti o dolorosi” (I. Stewart – V. Joines, L’Analisi Transazionale, Garzanti, Milano 2000). In questo senso l’Analisi Transazionale propone anche una teoria della psicopatologia.

Aldilà del campo della psicoterapia L’Analisi Transazionale è molto utilizzata nei contesti socio-educativi. Ad esempio aiuta gli insegnanti e gli studenti a rimanere in chiara comunicazione ed evitare che si creino scontri improduttivi. È particolarmente adatta al Counseling ed è utilizzata in ambito organizzativo e aziendale come potente strumento nella formazione alla direzione e alla comunicazione, nonché all’analisi delle organizzazioni. Tra le altre applicazioni e impieghi, l’Analisi Transazionale viene utilizzata da parte di assistenti sociali, tribunali, in ambito di direzione spirituale, ovvero laddove vi sia necessità di capire le persone, i rapporti, la comunicazione.

[CONTINUA]