L’A.T. e il gruppo

gruppo

L’Analisi Transazionale (A.T.), prima che come terapia individuale, nasce come terapia di gruppo. Berne infatti, tra le sue varie attività come medico psichiatra, lavora con i reduci della Seconda Guerra Mondiale conducendo con loro gruppi di terapia e sviluppando, in quel contesto, diverse intuizioni di quella che sarebbe stata la futura Analisi Transazionale.

Provare a dire cosa è il Gruppo in Analisi Transazionale richiederebbe uno studio tale che qui sarebbe fuori luogo proporre. Tuttavia, per avere un’idea base di ciò che è il Gruppo in A.T., e secondo le intuizioni originarie di E. Berne, possiamo affidarci ad uno dei contributi della letteratura attuale in A.T. Questo contributo è parte del lavoro di Andrea Dondi presentato come contributo nel testo “Luoghi e modi del counselling“, a cura di A. Dondi – E. Lo Re, edito da La vita felice nel 2011. In questo contributo, mentre si parla del Gruppo in A.T., lo si fa con una lente di ingrandimento e un’attenzione alla conduzione di Gruppi secondo l’A.T., da parte di counselor che lavorano con l’A.T.

Il counselling di gruppo in Analisi Transazionale

(Andrea Dondi)

Riassunto

Il gruppo è per l’Analisi Transazionale luogo elettivo di cambiamento. Il counseling e più in generale l’approccio consulenziale vengono sempre più spesso utilizzati in contesti di gruppo. L’attualità teorica del pensiero di Winifred Bion e di Eric Berne sulla vita dei gruppi viene qui integrata con strumenti metodologici sulla gestione dei gruppi maturati storicamente nel contesto dell’Analisi Transazionale, in particolare in riferimento al pensiero di Petruska Clarkson. Questi contributi sottolineano l’interdipendenza tra i livelli cognitivi ed emotivi del gruppo, sempre presenti. Il counselor che lavora con i gruppi e attraverso i gruppi è chiamato a riconoscere e gestire le dinamiche relazionali che emergono in funzione del raggiungimento dell’obiettivo esplicito del gruppo. Tale competenza si esprime in un atteggiamento del counselor che tende a costruire e restituire significato all’esperienza che entrambi i livelli di vita del gruppo esprimono.

Il counselling di gruppo…

Si potrebbe dire che ogni persona è un gruppo, a partire dalle esperienze relazionali che ha interiorizzato e che costituiscono i molti sé che la abitano; al contempo ogni persona ha bisogno di un gruppo fuori da sé che ne alimenti l’energia vitale attraverso lo scambio relazionale, la presenza significativa.

Definire “il gruppo” è una impresa ardua; qualunque matrice concettuale psicologica e sociale ha necessariamente dovuto fare i conti con questa dimensione plurale, fornendone di volta in volta percezioni e sfaccettature diverse intente a cogliere la complessità del fenomeno gruppo.

Non c’è qui l’intenzione di fornire un resoconto storico del concetto di gruppo in psicologia sociale o in psicoterapia bensì il bisogno di scegliere una delle angolature possibili e soprattutto utili a parlare della natura del gruppo nel lavoro consulenziale. Tale scorciatoia non può evitare di considerare il gruppo per prima cosa come il luogo spazio-relazionale che consente la nascita e lo sviluppo degli individui, la matrice sociale dell’umanità intesa sia come insieme globale di persone che come cifra esistenziale del genere umano. Il destino degli uomini si compie, come anche il loro Copione nel dipanarsi di eventi e di passaggi di cui diversi gruppi sono tramiti e testimoni: noi tutti nasciamo e cresciamo transitando da un gruppo a un altro, continuamente riproponendo “storie di gruppo” con protagonisti noti e nuovi acquisti, nel tentativo, fisiologicamente ambivalente, di cambiare una scrittura nota e familiare con qualcosa di sorprendente e nuovo.

Il gruppo costituisce quindi uno spazio relazionale fondamentale per la crescita personale degli individui, ne consente la strutturazione in termini di personalità, garantisce loro un ambito di relazioni significative.

Non è un caso, se da sempre anche i contesti professionali e lavorativi, le organizzazioni pubbliche e private, dalle multinazionali alle piccole imprese, realtà “no profit” e il mondo cooperativo e associazionistico, privilegiano approcci di intervento che fondano sulla cooperazione e sul concetto di lavoro di gruppo le proprie basi concettuali e metodologiche. Chi si trova a condurre gruppi o a parteciparvi sarà facilitato nel proprio compito operativo e di raggiungimento dello scopo se sarà in grado di leggere e gestire le dinamiche relazionali profonde che inevitabilmente connotano la vita del gruppo al fine di metterle al servizio degli obbiettivi formali che il gruppo possiede.

In alcuni casi si tratta di lavoro in piccolo gruppo, come quello della storica e collaudata “équipe di lavoro” che è da sempre presente in molti servizi pubblici e privati: sappiamo anche che il momento storico lavorativo attuale suggerisce la costituzione di gruppi che si vengono a costruire in torno a eventi “ad hoc”, limitati nel tempo e negli obiettivi, per via del sempre più diffuso e incentivato operare per progetti finanziati a termine. In un ottica più macro, il gruppo di lavoro può essere visto come entità socialmente ampia: negli ultimi tempi si parla molto di “lavoro di rete”,multidisciplinarietà e interventi combinati tra agenzie e servizi diversi ma integrabili, che possono in maniera sinergica ottimizzare le risorse esistenti. Spesso, infatti, sopratutto nell’ambito psicosociale, le risorse economiche sono distribuite in modo da privilegiare approcci e progetti di larga intesa e partecipazione.

Tutto questo, in ultima analisi, significa lavorare con i gruppi e attraverso i gruppi: gruppi di lavoro, gruppi di coordinamento della rete, gruppi di formazione, supervisione e consulenza.

Lavorare con i gruppi è una competenza utile e necessaria sia a chi utilizzando competenze di counselor, opera con un ruolo di coordinamento o leadership all’interno di realtà cooperative complesse, sia a chi lavora come consulente e si occupa di formazione o di consulenza organizzativa o di progetto.

Il significato del vivere in gruppo secondo Berne

«L’Analisi Transazionale si realizza perfettamente nella terapia del gruppo; o, inversamente, diciamo che l’Analisi Transazionale è una funzione naturale del gruppo terapeutico» (Berne, 1961). Questa formulazione berniana, che precede storicamente le pagine dedicate in maniera più specifica ai principi di terapia di gruppo presenti nei lavori successivi, comunica la centralità del concetto di gruppo nella formulazione dell’impianto teorico di Berne e ancora di più nei suoi risvolti tecnico esperienziali.

Berne usa molti esempi clinici di setting gruppali per descrivere la propria teoria, e dedica attenzione a raccomandare ai terapeuti un approfondimento teorico ed esperienziale sulle dinamiche dei gruppi come presupposto fondamentale al lavoro in terapia.

Perché dunque Berne ritiene così importante il gruppo in un’ottica di cambiamento?

La spiegazione è rintracciabile in particolare nell’unico libro di Berne ancora non tradotto in italiano “The structure and dynamics of organizations and groups” del 1963 in cui Berne collega in maniera diretta, direi quasi causale, il soddisfacimento dei bisogni primari degli individui alla opportunità di partecipazione e di appartenenza ai gruppi. Così Berne:

Uno degli scopi per formare un gruppo, entrare a farvi parte, e adattarvisi, è impedire il deterioramento biologico, psicologico e anche morale. Poche persone sono in grado di “ricaricare le proprie batterie”, di farcela psicologicamente da sole e di mantenere i propri principi morali senza un aiuto esterno (Berne, 1963).

In questa frase è presente l’idea che la partecipazione al gruppo “garantisce” il buon funzionamento di tutti gli Stati dell’Io della persona (“ricaricare le batterie” B, “farcela da soli” autonomia dell’A, e “mantenere i principi morali”, area del G). Infatti secondo Berne:

(…) ogni membro che entra a fare parte di un gruppo per la prima volta è equipaggiato con: (1) una necessità biologica di stimolazione; (2) un bisogno psicologico di strutturazione del tempo; (3) un bisogno sociale di intimità; (4) una aspettativa nostalgica di transazioni modellanti; (5) una serie provvisoria di aspettative fondate sull’esperienza passata. Il suo compito è ora quello di adattare queste necessità e aspettative di base alla realtà che ci si trova di fronte (Berne, 1963).

Mi sembra importante sottolineare la visione positiva (naturalista) di Berne quando fa riferimento ai bisogni in termini di “equipaggiamento”, non solo quindi legittimandone l’esistenza, ma connotandoli in termini di “bagaglio naturale” piuttosto che sottolineando l’aspetto della mancanza, del vuoto da colmare. I bisogni primari delle persone trovano nella dimensione relazionale gruppale le condizioni ideali al loro soddisfacimento. Berne, già prima, nella descrizione del contatto sociale presente in “Analisi Transazionale e psicoterapia” (Berne 1961 ) e in seguito in “A che gioco giochiamo” (Berne 1964), descrive:

I vantaggi del contatto sociale riguardano l’equilibrio somatico e psichico. Sono in rapporto con questi fattori: 1) allentano la tensione 2) evitano situazioni nocive 3) procurano le “carezze” 4) mantengono l’equilibrio raggiunto (Berne 1964). I gruppi assolvono inoltre il compito di strutturare il tempo, di evitare “la noia”, in modo ricco e diversificato perché “chi fa parte di un aggregato sociale di due o più persone ha più possibilità di strutturare il tempo”… I modi di strutturare il tempo rispondono a bisogni psicologici e al contempo definiscono il livello e la profondità del contatto sociale, offrendo “nuove formule di riconoscimento e altre forme più complesse di rapporto  sociale” (Berne. 1964).

L’aggregato di più membri, il gruppo, è quindi un ambito privilegiato per una esperienza umana soddisfacente, sufficientemente stimolante fonte di riconoscimento per consentire un processo di identificazione, definito da un certo confine esterno e da alcune regole interne tali da contenere le angosce della perdita, dell’abbandono, della complessità del reale (Ranci, 1998).

Il bisogno di intimità rappresenta il livello massimo possibile di contatto “autentico’ in cui l’individuo accetta il rischio di uno scambio genuino senza difese, basato sulla fiducia e la condivisione, che riconosce e identifica l’Altro come soggetto della relazione; l’intimità in un gruppo costituisce quindi il punto di arrivo di un percorso di adattamento e di scoperà in cui la dimensione relazionale è complessa e amplificata dalla molteplicità esistente: la rinuncia a ripetere modelli e modalità di appartenenza al gruppo antiche e copionali permette agli individui di abitare il gruppo cui si trovano in maniera realistica e ancorata al presente. Lo stare nel gruppo, se da un lato è fisiologico e gratificante, richiede agli individui uno sforzo di adattamento, “i suoi partecipanti sono disposti a pagare un prezzo per la loro appartenenza. Sono disposti a rinunciare ancor più alle loro inclinazioni individuali per garantire la sopravvivenza del gruppo e la sua struttura” (Berne, 1963).

Quale specificità del counselor nella gestione dei gruppi?

In Italia l’identità professionale del counselor ha contorni sfumati e, (a parte la legge n.4/2013 sulle professioni non regolamentate – Sandro Montefusco), «non esistono leggi che definiscano il profilo professionale del counselor, le sue mansioni e le situazioni in cui queste possano venire attuate» (Mazzetti, 2010). Se questo aspetto rappresenta un limite in termini regolativi formali dell’intervento del counselor, contemporaneamente segnala la vastità dell’ambito di intervento alla relazione d’aiuto e la difficoltà a definire confini netti, sia di contesto che operativi, come invece avviene per esempio per il contesto psicoterapeutico. Se poi ci si orienta tenendo presente la dizione tra counseling primario e counseling complementare risulta evidente come nel secondo caso, «in cui le competenze del counselor sono utilizzate a sostegno di un’altra funzione professionale» (Mazzetti, 2010), l’ambito di utilizzo e applicazione di tali competenze è assai vario e ampio e riguarda praticamente tutte le figure professionali che operano nei contesti della relazione d’aiuto.

In questo senso si possono usare competenze consulenziali, connotate dalla attenzione e valorizzazione delle dinamiche relazionali, in molti contesti di gruppo che attengono all’ambito del coordinamento di équipe, a quello della formazione, a quello del sostegno psicologico come ad esempio i gruppi di auto mutuo aiuto: situazioni in cui sia chiaro un obiettivo concreto da raggiungere e verso il quale orientare le energie del gruppo.

Un esempio può essere lo psicoterapeuta che tiene lezione in una scuola di specializzazione: egli può e deve avere competenze di gestione del gruppo di natura consulenziale complementare. In quanto terapeuta utilizzerà una competenza diretta a orientare le dinamiche del gruppo alla individuazione dei nodi copionali dei suoi partecipanti, in un’ottica squisitamente terapeutica. In quanto docente farà ricorso a un diverso tipo di competenza di tipo consulenziale, che individua come fondamento del ruolo formativo anche la gestione delle dinamiche del gruppo, finalizzata all’obiettivo di apprendimento. Nel caso del gruppo di terapia quello che accade non è fortemente vincolato a un obiettivo condiviso generale (se non individuabile in un concetto di “cura” terapeutica) ma si rifà ai contratti terapeutici stipulati con i singoli pazienti; nel secondo caso esiste un livello concreto ed esplicito, un obiettivo che il gruppo deve raggiungere e che sarà in grado di raggiungere anche in base alla gestione delle proprie dinamiche inconsapevoli e profonde.

L’esistenza dell’obiettivo esplicito garantisce resistenza di un oggetto intorno al quale e per il quale il gruppo organizza la propria cultura e le proprie dinamiche. L’interesse del conduttore di un gruppo di apprendimento si sposta dalla modificazione del copione dei membri del gruppo (pur sempre ravvisabile come incidente virtuoso) e quindi del cambiamento terapeutico, al significato che l’emergere di quella dinamica ha per il gruppo in funzione dell’oggetto condiviso.

II counselor tiene conto dei due livelli di vita del gruppo, articolando “struttura pubblica” che può essere individuata nella dimensione contrattuale, esplicita, frutto dell’incontro con la porzione funzionante dell’Adulto del gruppo, con la “struttura privata”, inconsapevole, dove risiedono gli elementi di contraddizione, di conflittualità, i possibili Giochi. La capacità del counselor di tenere conto, e in alcuni casi di esplicitare, la sua visione della vita emotiva del gruppo sia quando questa si propone in termini di adattamento che di resistenza, consente al gruppo nella sua globalità di soddisfare i propri bisogni evolutivi e quindi di potere orientare o mantenere le proprie energie sull’oggetto del gruppo. In questo senso non é secondaria l’attenzione che il counselor pone alla struttura privata del gruppo, risulta viceversa indispensabile al raggiungimento dell’obiettivo concreto. Il gruppo é un organismo-in-relazione e come tale è connotato da dinamiche di relazione interne e dinamiche rivolte all esterno; come tale può essere visto, accolto, accompagnato. Anche nel caso in cui il gruppo di lavoro si venga a costituire intorno a un obiettivo sentito e condiviso, con un alto livello di motivazione consapevole, ciò non significa che nel gruppo non siano presenti entrambi i livelli di vita di cui ci parla Bion. Come é possibile cogliere e accogliere le dinamiche legate alla struttura privata del gruppo?

Una competenza richiesta al counselor è prestare attenzione ai due livelli di comunicazione presenti nel gruppo, verbale (centrato sui contenuti) e non verbale (legato ai processi), le discrepanze e incongruenze, interrogandosi sul processo relazionale in atto nel gruppo e nei confronti del conduttore stesso (Lo Re, 2010). Ad esempio il pensiero di un coordinatore potrebbe essere: «Cosa direbbe un marziano se capitasse in questa équipe consultoriale? Cosa sta avvenendo, per cui risulta cosi difficile condurre un progetto che coinvolga tutti i membri del gruppo di lavoro, mentre quando si fa prevenzione nelle scuole tutto fila liscio? È indicativo il fatto che l’équipe funziona bene quando lavora “a coppie” come avviene nel lavoro presso la scuola?». Interrogativi come questi si pongono a un livello di meta-riflessione e superano la semplice analisi dei contenuti, che spesso risultano muti, per cui sulla carta un progetto continua a risultare ben confezionato anche se di difficile attuazione. In situazioni come l’esempio citato, fino a che punto è possibile considerare l’alto coinvolgimento emotivo dell’équipe una risorsa e quanto invece un ostacolo nella realizzazione del progetto condiviso? È possibile trovare un equilibrio tra struttura pubblica e struttura privata del gruppo? Un bilanciamento sarà possibile se il leader sarà in grado in primo luogo di leggere quanto accade in termini processuali come espressione ad esempio di un “assunto di base di accoppiamento”; sarà poi importante per il leader ricondurre i membri del gruppo a una visione meno personale e più realistica del proprio compito professionale nutrendo lo Stato dell’Io Adulto del gruppo, senza svalutare il bisogno che i partecipanti hanno di “giocare i propri Giochi”, aiutandoli a trovare forme di relazione più evolute e intime, che potranno costituire progressivi modellamenti dell’Imago.

La centralità dell’obiettivo non impedisce che i partecipanti possano cogliere l’occasione di cambiare modi di pensare e di sentire a partire da una consapevolezza più personale del significato della dinamica del gruppo. Si parla in questo caso di

empowerment dei membri del gruppo, di cambiamento di sé e del proprio agire, di sviluppo di competenza, di superamento del disagio che costituisce il problema sociale, limite alla capacità di azione di ciascuno di fronte a un compito, ragione per cui i membri decidono di aderire al gruppo (Del Rio 2010).

Il senso del confine con altre modalità di cambiamento, come la psicoterapia, risiede proprio nella contemporaneità dell’insight del processo consulenziale, in cui le opzioni individuate costituiscono una risorsa nel “qui e ora” e sono strettamente connesse al ruolo e alla funzione svolte in quel gruppo (coordinatore, educatore, amministratore delegato, allievo in formazione, genitore, insegnante). Ciò evidentemente nulla toglie alla potenzialità di tale insight, che possiamo tecnicamente rappresentare come un processo di decontaminazione che lo stesso Berne definirebbe “terapeutico”.

Conclusioni

La visione analitico transazionale, sia da un punto di vista teorico che metodologico individua nel gruppo una risorsa fondamentale in termini di cambiamento, luogo “naturale” di sperimentazione di strategie relazionali alternative alle stereotipie dettate dal copione di vita. Il gruppo è anche fornito di una sua complessità e profondità, umana e relazionale, in cui le persone si identificano e dalla cui appartenenza possono trarre sommo piacere come grandi sofferenze. È fondamentale che chi lavora con i gruppi e nei gruppi all’interno di un orizzonte consulenziale, anche in ambiti molto pratico-operativi, possa osservare e rispettare questa complessità, coglierne i segnali e le sfumature, indirizzarne le risorse convogliandole verso l’evoluzione, innanzitutto psicologica e relazionale, del gruppo. Le riflessioni presentate in questo contributo «sottolineano gli elementi di continuità e di integrazione fra l’approccio psicoanalitico e quello proprio dell’Analisi transazionale» (Ranci, 1998), nella convinzione che esprimano, ancora oggi, anche per il counseling, dei riferimenti indispensabili per il lavoro con i gruppi.